Brandon Jennings, the Change
21/12/2009 - Alessandro Mazza
Jennings nella sue esperienza romana
Uno dei dibattiti più importanti recentemente affrontati dalla pallacanestro mondiale è senza dubbio quello sulla differenza tra il basket FIBA e quello della NBA. Per molto tempo ci si è domandati il motivo della mancata esplosione “americana” di talenti puri quali Jasikevicius o Spanoulis, a lungo si è parlato di giocatori dal discreto impatto a livello europeo e poi cresciuti esponenzialmente nella NBA (Varejao per esempio). Ci sono poi tantissimi casi come quelli di Scola, Ginobili o Rudy Fernandez, gente che ha fatto la differenza in Europa e che negli Stati Uniti ha ricominciato dal punto in cui si era fermata nel vecchio continente, fino a risultare uomini determinanti anche per una franchigia NBA. Una risposta non è stata ancora trovata, e le teorie di esponenti più o meno importanti del mondo cestistico negli anni si sono moltiplicate. C’è chi ha parlato di regole (magari rifacendosi alla storica uscita duncaniana “FIBA sucks”) , chi di mentalità, chi di cultura cestistica. E chi (vi scrive uno che cavalca da tempo questa teoria) ha parlato di due pianeti molto diversi: in pratica si gioca una pallacanestro negli Stati Uniti e un’altra pallacanestro nel resto del mondo. La realtà è che la differenza fondamentale la fanno le caratteristiche dei singoli giocatori, quelle che rendono Mister X (scegliete voi il nome) più adatto ad un contesto tecnico come quello del basket FIBA, Mister Y un miglior interprete del gioco NBA e Mister Z capace di incidere in entrambe le situazioni, quasi in ugual misura.
Il Mister Y di oggi è Brandon Jennings. Visto a Roma lo scorso anno, Brandon ha inciso davvero poco nella sua unica stagione italiana: 5.5 punti di media, 2.3 assist, 2.1 recuperi, percentuali scarse (47.9% da due, 20.7% da 3, 64.5% ai liberi) in 17 minuti di media. Unico dato interessante quello dei recuperi e non a caso la sua migliore prestazione stagionale sarà quella contro Biella durante la stagione regolare, in cui scriverà a referto addirittura 10 palle rubate. Di lui non convincevano tante cose: tiro, capacità di gestire una squadra, ruolo. Per questo scivola nel Draft, fino alla numero 10 quando Milwaukee ha il coraggio di spendere un’alta prima scelta per il ragazzo di Compton.
Vi scriviamo dopo un’inizio di stagione in cui l’impatto di Jennings tra i pro americani è stato piuttosto importante. Ad oggi solo Tyreke Evans sembra impensierirlo per il premio di Rookie of the Year (diciamo pure che la guardia dei Kings è avanti secondo i primi exit poll ndr), Jennings incide sulle partite e in alcuni match ha mostrato lampi da vero fuoriclasse; su tutti la partita contro i Warriors di inizio stagione quando entra nella storia della NBA come il più giovane giocatore di sempre a realizzare 50 o più punti in una gara di Regular Season (per la precisione 55).
Ma veniamo ai suoi numeri. Dopo un inizio da semidominatore le cifre di Brandon sono leggermente in calo ma restano di assoluto impatto: 20.3 punti, 3.9 rimbalzi, 6.2 assist, 41.7% da 3 punti in 35 minuti abbondanti di utilizzo. I dati sicuramente più significativi sono quelli che riguardano assist e tiro dalla lunga distanza. Jennings è già oggi tra i primi 18 giocatori della NBA per Assist Percentage, ovvero la statistica avanzata che valuta la percentuale dei canestri totali di una squadra assistiti da un determinato giocatore. La Ast % di Brandon è 30.7%: siamo ai livelli di Calderon più o meno, e davanti a questo ragazzino (ricordiamolo 20 anni da poco compiuti) ci sono alcuni mostri sacri della NBA (Chris Paul, Jason Kidd, Steve Nash, Lebron James, Deron Williams, Dwayne Wade) oltre a quelli che al momento sono tra i migliori playmaker dell’intera Lega (Rajon Rondo, Tony Parker per esempio). Come dire: solo le stelle fanno meglio di Jennings. Tuttavia il miglior Rookie di questa classifica è un altro: Eric Maynor dei Jazz, giocatore molto sottovalutato, e capoclassifica tra le matricole con un super 34.2% (decimo assoluto nella NBA); questo ragazzo si farà.
Ma i numeri che sicuramente ci interessano di più al momento sono quelli che riguardano il tiro da tre punti: le percentuali “romane” ce le ricordiamo tutti e fa impressione vedere un miglioramento di questo tipo, oltre 20 punti percentuali. Non solo: Jennings sembra scegliere meglio le sue soluzioni offensive e oggi il tiro pesante rappresenta soltanto il 28% del suo attacco mentre nella stagione italiana il 37% circa dei suoi tiri arrivava proprio da oltre l’arco. Non è solo un miglior tiratore, è migliorata anche la sua capacità di scelta. Il dato più significativo da questo punto di vista è sicuramente quello della Turnover Percentage, statistica che ci dice la percentuale di palloni persi da parte di un giocatore su ipotetici 100 possessi a disposizione. Ebbene in questo caso la crescita di Jennings è evidente: la TOV% è calata di quasi 7 punti percentuali, scendendo dal 19.3% dell’anno scorso al 12.4% della sua prima stagione NBA. Il tutto nonostante Brandon oggi giochi molti più minuti e soprattutto abbia molto più la palla in mano rispetto a quello che prevedesse il sistema di Repesa prima e Gentile poi. Il punto focale della nostra analisi è proprio questo e per aiutarci useremo un altro dato statistico interessante, quello della cosiddetta Usage Percentage: l’indicatore in questione è infatti la stima percentuale delle giocate di squadra che sono “utilizzate” da un determinato giocatore. In pratica sappiamo quante sono le giocate di un singolo giocatore su 100 giocate di squadra. E anche qui la crescita è evidente: la Usg% di Jennings passa infatti dal 21.3% della stagione italiana (comunque elevato per uno che giocava così poco) al 28.7% attuale. Oltretutto un dato che è calato dal ritorno di Michael Redd, giocatore principale dei Bucks e altra guardia con necessità di tiri e palloni per incidere sulla partita.
Alla fine la conclusione è sempre la stessa: dimmi in che sistema giochi e ti dirò che giocatore sei. Il talento di Brandon non è mai stato in discussione, semmai lo era la sua capacità di adattarsi al basket europeo. Ma soprattutto parliamo di un giocatore che per incidere lo scorso anno, oggi, diciamo pure nella sua intera carriera avrà sempre bisogno della palla in mano, di poter creare, inventare dal palleggio. In una pallacanestro di sistema come quella europea non esattamente il giocatore ideale. “Young Money” era fuori contesto dunque. Etichettare come bust (o peggio) un ragazzo di 19 anni è stato un errore grosso.
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Quando questa analisi verra' pubblicata dal signor tranquillo sul proprio blog si griderà al miracolo mentre voi, esattamente come i 4 fattori, continuerete a restare nel dimenticatoio. BRAVI!!!! Continuate così Alessio
Inserito da Bjrulez - 23/12/2009 01:42