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Le due facce dei Blazers

10/02/2009 - Alessandro Mazza

Basket & Numeri Le due facce dei Blazers

Brandon Roy, stella di Blazers

I Portland Trail Blazers sono decisamente la squadra più intrigante della NBA. Giovani, forti, completi, lunghi (anche troppo), un giusto mix di qualità, atletismo e muscoli, di estro e concretezza, con quella spruzzata di sangue latino a renderli ancora più “cool”. Nel momento in cui scriviamo occupano la quarta posizione nella Western Conference, un risultato straordinario se pensiamo all’età media del gruppo di McMillan e alle difficoltà della Regular Season dell’Ovest, quella delle sette squadre per sei posizioni, delle sette sorelle che da qui alla fine della stagione regolare lotteranno per staccare gli ultimi sei biglietti per i Playoffs alle spalle delle capo-classifica Lakers e Spurs. Portland dunque arriverà alla pausa dell’All Star Game in piena corsa per le più alte posizioni della Western, chiudendo una prima parte di stagione davvero da incorniciare. Eppure leggendo i numeri di questa squadra, i più esigenti tra i tifosi dei Blazers potrebbero storcere il naso. Già perché se la stupenda macchina da corsa progettata dal GM Kevin Pritchard è protagonista di una pallacanestro offensiva brillante e produttiva, di tutt’altra pasta è la difesa messa su da coach McMillan, assolutamente lontana dall’eccellenza NBA e vero tallone d’Achille della franchigia dell’Oregon. Il tutto accentuato dalla nettissima differenza di rendimento tra le gare interne e quelle esterne, profondamente condizionata dai fattori elencati in precedenza. Analizziamoli nel dettaglio. 

UN ATTACCO DA CONTENDER 

Come già anticipato parliamo di un attacco super. Eccessivamente legato ai cosiddetti jump shoot (il 67% dell’attacco viene da tiri in sospensione da due o da tre punti) , risulta comunque molto produttivo. I Blazers sono infatti noni nella Lega per percentuale reale dal campo (50% abbondante, con oltre il 38% da 3 punti) ma soprattutto sono secondi nella classifica del cosiddetto Offensive Rating, forse lo strumento migliore per valutare l’attacco di una squadra NBA. L’indicatore statistico in questione ci fornisce una stima dei punti prodotti da una squadra su un ipotetico numero di 100 possessi. Dato quanto mai interessante, soprattutto perché parliamo della squadra con il più basso Pace Factor di tutta la NBA, ovvero con il minor numero di possessi offensivi a disposizione nei 48 minuti di gioco. Portland è quindi una squadra che produce tantissimo da un punto di vista offensivo, praticamente come nessuno: in un’ipotetica gara a 100 possessi segnerebbero circa 113 punti a partita. A ciò va aggiunto il dato dei rimbalzi offensivi: i Blazers guidano infatti la classifica stagionale dei rimbalzi d’attacco, catturandone quasi il 33% di quelli disponibili. E questo conta per davvero: gli extra-possessi per una squadra con un così basso Pace Factor sono decisamente di grande aiuto.  

PROBLEMA DIFESA 

Un’occhiata superficiale ai dati stagionali potrebbe ingannare. Portland subisce infatti circa 95 punti a partita: solo sei squadre nella NBA ne subiscono di meno, e tra esse vi sono difese di assoluto livello come quelle dei Boston Celtics e dei Cleveland Cavs. La realtà tuttavia è un’altra. I Blazers sono infatti 20esimi su 30 per Defensive Rating, concedendo quasi 110 punti a gara in un’ipotetica partita a 100 possessi difensivi. Non solo. La squadra di McMillan è anche la settima peggiore della Lega per percentuale reale degli avversari (quasi il 51%) e solo 3 squadre nella NBA concedono una percentuale nel tiro da tre punti superiore a quella di Portland (38% abbondante). Il tutto condito da altre deficienze strutturali come ad esempio le difficoltà contro il gioco in pick’n’roll degli avversari o i problemi dei singoli giocatori nell’uno contro uno. Ed è proprio la difesa il motivo principale del gioco “lento” dei Blazers, limitato ad  una pallacanestro a metà campo dai ritmi controllati per una squadra che senza pressione difensiva difficilmente potrebbe correre più e meglio rispetto a quello che fa oggi. Un peccato per altro, considerando la batteria di atleti a disposizione di McMillan e un playmaker da corsa come Sergio Rodriguez. 

CONSEGUENZE 

Ma come si traducono i difetti fin qui evidenziati nel record della squadra? Anche qui un primo sguardo alla parziale classifica stagionale potrebbe portare a conclusioni affrettate. Il record al momento parla di un 31-19 che inserisce la compagine dell’Oregon tra le legittime pretendenti alla terza posizione della Western Conference. Tuttavia il saldo vittorie-sconfitte merita di nuovo un’analisi più approfondita. Se nelle partite in casa Portland può essere considerata già ora una delle migliori squadre della Lega (19-5, con almeno un paio di sconfitte evitabili come quella contro i Clippers) è il rendimento lontano dal Rose Garden a lasciare perplessi: il 12-14 delle gare esterne chiarisce ancora una volta come il gioco perimetrale e la bassa qualità difensiva restino le “nemiche” principali della pallacanestro da trasferta, quella che fa la differenza tra le buone squadre e le compagini di altissimo livello. Il tutto senza dimenticare la bassa età media di quelli in maglia rossonera, spesso vittime della loro stessa  gioventù con partite buttate via per mancanza di esperienza. Eppure proseguendo sulla falsa riga attuale i Trail Blazers dovrebbero chiudere la stagione con un record che oscillerebbe tra le 49 e le 51 W, migliorandosi di circa 10 vittorie rispetto all’ultima, positiva stagione e garantendosi, a meno di clamorosi imprevisti, un posto per i Playoffs. Un risultato importante, figlio della programmazione, della voglia di lavorare su giovani di assoluta prospettiva, e del lavoro dell’intero staff tecnico. Ma siamo proprio sicuri che questa squadra, lavorando sui suoi difetti, non possa sin da ora fare qualcosa di più? Il dubbio c'è ed è legittimo.

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