The Clutchness - Part II
21/01/2009 - Alessandro Mazza
Uno dei tiri allo scadere di Robert Horry
Dopo l’introduzione della precedente puntata passiamo oggi all’analisi delle cosiddette “clutch stats” nella pallacanestro NBA. Come già anticipato, un primo sguardo a determinate classifiche conferma, di fatto, le impressioni di tutti: esistono i giocatori clutch e il loro impatto nei momenti caldi è assolutamente visibile, anche in termini numerici. Prendiamo ad esempio i dati della Regular Season 2007-2008 e consideriamo le statistiche personali all’interno del clutch time: quarti periodi o tempi supplementari, 5 minuti o meno al termine della partita, nessuna delle due squadre impegnate sul parquet con un vantaggio superiore ai 5 punti. I numeri sono (sembrerebbero) inequivocabili: i primi 15 nomi della graduatoria sono tutti i grandi giocatori clutch della NBA, da James a Nowitzki, da Bryant a Billups passando per Ginobili e Steve Nash. E ancora Chris Paul e Hedo Turkoglu, con il giovane fenomeno Durant a presenziare in quello che sarà il suo territorio per il resto della carriera. In testa c’è ancora una volta lui, King Lebron, che chiuderà la stagione 2008 con una irreale presenza nel clutch time e un rendimento nei momenti clou che rapportato sui 48 minuti scriverebbe cifre come 56 punti, 9 rimbalzi abbondanti e oltre 8 assist di media. Leggero distacco per Kobe Bryant (numeri comunque di assoluto livello per l’MVP in maglia Lakers), seguito dai soliti sospetti di area FIBA Nowitzki e Ginobili. Unico assente eccellente dalle prime posizioni Dwayne Wade, giustificato comunque dalle precarie condizioni fisiche del numero 3 e dall’orribile stagione dei suoi Miami Heat.
FUORICLASSE O GIOCATORI CLUTCH ?
Ma torniamo a James, Bryant e alla loro incredibile annata clutch. Certe statistiche non fanno che confermare l’idea che coinvolge tutti gli appassionati di basket NBA, ossia che la scelta del migliore in assoluto tra Lebron e Kobe possa essere fatta solo lanciando per aria una moneta. Due fenomeni, due fuoriclasse assoluti, destinati a scrivere pagine indelebili nella storia del basket mondiale. A impressionare è soprattutto James, capace a 23 anni di dominare nella NBA come solo i grandissimi sono riusciti fare. Grandissimi appunto. Che derivi da questo la loro capacità di essere clutch?
In effetti si è discusso per anni sulla capacità di determinati giocatori di incidere nelle situazioni calde, arrivando perfino a stilare vere e proprie classifiche storiche sulla base di quanto fosse clutch un giocatore o dei record storici registrati dai singoli campioni nei momenti decisivi di una partita, di una stagione e soprattutto di una serie di Playoffs. Ed è proprio questa convinzione che fa nascere il mito dei Michael Jordan o dei Larry Bird, giocatori clutch ancor prima che fuoriclasse senza tempo, gente che sapeva sempre incidere quando la palla scottava o quando andava preso il tiro della vittoria. Ma non sarà che staremo parlando semplicemente di due tra i più grandi campioni nella storia del gioco?
La nostra idea nasce proprio da quest’ultima domanda, la cui risposta è per la verità molto facile. Il rendimento dei singoli all’interno del crunch time è direttamente proporzionale al loro talento e a risultare più clutch rispetto ad altri saranno inevitabilmente i giocatori più forti, quelli dotati di quel quid in più che li porta a vincere le partite e le serie di Playoffs. Il tutto trasportato all’interno della pallacanestro NBA, di una Players’ League senza eguali, di partite punto a punto decise dai grandi, quelli che nei finali avranno sempre la palla in mano pronti alla giocata chiave che risolverà il match o, perché no, un’intera stagione. E chiaramente a primeggiare nel ruolo di giocatore clutch saranno i più forti, con James, Bryant, Wade o Carmelo Anthony davanti a tutti. Semplicemente perché sono i migliori giocatori del mondo. Quindi, conseguentemente, anche i più clutch.
DWAYNE WADE E BRANDON ROY IN: “COME TI DIVENTO CLUTCH”
A sostegno della nostra tesi proviamo ad analizzare il rendimento nel clutch time di Wade e Roy, considerati ormai quasi all’unanimità secondo e terzo nella classifica delle migliori Shooting Guard della NBA alle spalle dell’irragiungibile Kobe Bryant. Dando un’occhiata alle cifre di questa stagione non si dovrebbero avere dubbi: trattasi di tipici giocatori clutch, quarto e settimo rispettivamente nella graduatoria della Lega guidata (guarda un po’) da James e Bryant. Impressionate il rendimento di Wade, che giocasse tutti i 48 minuti come il clutch time avrebbe una media stagionale di 50.7 punti e 8.2 stoppate. Aspettate che lo riscriviamo: 8.2 stoppate! Non va certo male neanche la guardia uscita da Washington, che nei momenti caldi metterebbe a referto cifre che sfiorano la tripla doppia di media (sempre rapportando il tutto sui 48 minuti). Davvero incredibili. Eppure l’equivalente graduatoria del 2007-2008 ci diceva altro e ci parlava di due atleti certamente forti ma sul livello dei Raymond Felton o dei Maurice Williams della NBA. Ottimi giocatori certo. Ma non esattamente al livello dei due campioni di cui stiamo parlando. Che D-Wade e B-Roy siano diventati clutch nel corso dell’estate? No, la risposta è molto più semplice. Wade ha finalmente risolto i problemi fisici che lo hanno condizionato per gran parte della scorsa stagione, mentre l’esterno dei Blazers ha ulteriormente migliorato il suo gioco (già di altissimo livello) diventando cosi ancora più determinante nei momenti clutch delle partite e salendo un altro gradino nella scala che porta all’elite della Lega. Più sano il primo; più completo, più incisivo il secondo. Più forti insomma. Dunque più clutch.
IL CASO ROBERT HORRY
Chiudiamo la nostra riflessione con il caso Robert Horry. A lungo protagonista nella NBA, lo specialista da Alabama è spesso indicato come esempio di giocatore vincente, di atleta capace di elevare il proprio rendimento nei Playoffs e nelle partite decisive per l’assegnazione del titolo. Il letargico Horry della stagione regolare si trasformava nel mago della post-season, il giocatore clutch per eccellenza. Chi non ricorda la tripla di Horry contro i Sacramento Kings? E chi ha dimenticato il canestro decisivo nelle Finals contro i Detroit Pistons? Episodi che segnarono partite, serie di Playoffs, titoli. Nell’immaginario collettivo un vincente come se ne sono visti pochi in questo gioco, uno che cambiava marcia per davvero quando arrivava la fase clou della stagione. Ma sarà vero? Le medie in carriera di Robert Horry nelle partite di Regular Season sono le seguenti: 7 punti, quasi 5 rimbalzi, 0.9 stoppate, 2.1 assist a partita con il 42.5% dal campo e il 34% abbondante da 3 punti. Nei Playoffs i numeri di Big Shot Rob salgono ma non come molti pensano: 7.9 punti, 5.6 rimbalzi, 0.9 stoppate, 2.4 assist, con il 42.6% totale al tiro e meno del 36% dalla lunga distanza. Praticamente lo stesso giocatore. Lo ricordiamo soprattutto per due canestri memorabili; nessuno però ricorda quei tiri, presi con metri di spazio e in due periodi di particolare forma per Robert (sia nel 2002 che nel 2005 Horry chiuse la post-season con percentuali da 3 punti vicine al 50%). Lo scorso anno terminò i Playoffs scrivendo le peggiori cifre di sempre nella sua gloriosa carriera. Che abbia perso tutta la sua clutchness? O semplicemente il segno del tempo su un vecchio leone ormai 37enne?
Commenti dei lettori »
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Ciao, complimenti per l'articolo! Visto che l'estensore dell'articolo è un vero e proprio mago delle statistiche, perché non verificare quelle dell'"area clutch" per giocatori considerati, a priori, i più forti della storia della Lega? Chissà che non saltino fuori sorprese!
Inserito da Angelo Alessandrini - 21/01/2009 18:16
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relegare la "clutchness" di horry ai soli suoi tiri finali è quanto meno superficiale...quante difese nei momenti decisivi? quanti canestri fondamentali anche se non allo scadere? clutchness non è solo un tiro sulla sirena...che peraltro horry nei playoff ha segnato molto più di due volte...
Inserito da Adriano - 21/01/2009 15:37