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The Clutchness - Part I

13/01/2009 - Alessandro Mazza

Basket & Numeri The Clutchness - Part I

Jerry West, ovvero Mr Clutch

Dopo lo studio sui Four Factors rivolgiamo la nostra attenzione all’analisi della cosiddetta “clutchness”, ovvero alla capacità di un determinato giocatore di essere protagonista nei momenti clou, di alzare il proprio rendimento nelle situazioni calde di una partita, di una serie di Playoffs, persino di un’intera stagione. Da che esiste il basket (e lo sport in generale) questo tema è stato trattato dalla grande maggioranza degli analisti e col tempo il giocatore “clutch” è diventato l’esempio del vincente, la variabile fondamentale per distinguere un grande giocatore da un campione che rimarrà negli annali della storia del gioco. Ma la clutchness esiste?

 

CLASSE E CLUTCHNESS

Per introdurre l’argomento ci serviamo delle parole di Rino Tommasi, tra i primi in Italia a dedicare spazio all’uso della statistica nello sport professionistico, che a proposito della “classe” di un atleta si esprimeva in questi termini : “La classe è la capacità di rendere al meglio nelle situazioni importanti e non è da confondere con le qualità tecniche di uno sportivo”. Dunque secondo questa affermazione la clutchness è la classe di un giocatore. Vediamo qualche esempio concreto di calciatori “di classe”.

Roberto Baggio era clutch? Non lo possiamo dire, perché è vero che ha condotto quasi da solo la Nazionale italiana a una finale mondiale (1994) ma è anche vero che in quella stessa partita giocò in maniera modesta, sbagliando il rigore decisivo nel caldo di Pasadena. Francesco Totti è clutch? Anche qui difficile stabilirlo, a meno che non lo si consideri clutch in determinate occasioni (mondiali 2006, partita con l’Australia) e non clutch in altre (match scudetto con la Juve nel 2001, esce lui e la Roma sotto 2-0 pareggia 2-2). Di esempi di questo tipo ce ne sarebbero a pacchi quindi magari è una particolarità del calcio. Concentriamoci su altri sport.

Visto che siamo a tre settimane dal Superbowl diamo un’occhiata al Football Americano. L’esempio migliore è probabilmente Dan Marino, uno dei più forti Quarterback della storia che però di titoli ne ha vinti zero, partecipando a un solo Superbowl perso contro i grandi 49ers di Joe Montana. Giocatore con mancanza di clutchness? Oppure semplicemente un grande campione che non ha mai avuto la squadra per dare veramente l’assalto all’anello? E Peyton Manning? Per anni è stato considerato un perdente, un choker, uno che nei momenti caldi non riusciva ad esprimersi come il suo immenso talento gli avrebbe consentito di fare. Poi vince il Superbowl e puff!, sparita la paura, ecco un altro giocatore clutch. Anche nel Football NFL ci sarebbero decine se non centinaia di casi come questi. Probabilmente però parliamo di un altro sport “particolare” che non ci permette di comprendere l’importanza della clutchness nella storia del gioco. Pazienza.

Eppure sembra sfuggire a questa legge anche il Volley, con la Nazionale migliore della storia, quella della nostra “generazione dei fenomeni”, capace di vincere e stravincere qualsiasi competizione ad eccezione dell’oro olimpico. Cosa avevano i nostri ragazzi? Perdevano la clutchness ai Giochi estivi e la riacquistavano come per magia negli altri tornei cui partecipavano? Venivano colti da “chokeness” solo quando vedevano i cinque cerchi?

 

LA CONVINZIONE

E’ evidente che si tratti di un concetto astratto fortemente influenzato dalle opinioni comuni, quelle che hanno portato a definire perdenti alcuni giocatori sulla base dei risultati raggiunti nella carriera. Senza analizzare adeguatamente il contesto in cui giocavano o lo stato di forma che avevano nei momenti in cui li si è definiti choker. O più semplicemente il fatto che magari non fossero così forti come si pensava. Una convinzione quindi.

L’amico Renè Saggiadi (autore di un blog sul baseball MLB con un occhio di riguardo alle statistiche sabermetriche) ci suggerisce lo studio di Tom Tango, analista statistico di baseball ed hockey su ghiaccio, oggi membro dell’organizzazione MLB dei Seattle Mariners e ideatore del cosiddetto “Great Clutch Project”. In cosa consiste il suo progetto? Sostanzialmente Tango ha costruito due squadre di baseball, composte da almeno un giocatore scelto da ognuna delle franchigie MLB. Tango ha lasciato che i suoi lettori scegliessero per la propria squadra i giocatori più clutch, quelli che secondo loro sarebbero stati più produttivi nelle situazioni calde. Tom farà poi lo stesso ma scegliendo per la sua formazione i giocatori con le medie carriera più elevate (usando il suo sistema di predizione informatico), anche se meno clutch di altri secondo la convinzione comune. Bene, nelle famose situazioni clutch, chi ha avuto l'OPS (statistica fondamentale per valutare il rendimento offensivo di un giocatore) più elevata delle due squadre? Ovviamente la squadra di Tango, essendo composta da giocatori più forti. Quindi i tifosi hanno potuto scegliersi il giocatore clutch, ma hanno vinto i più forti (e meno "clutch") nelle situazioni clutch.

Veniamo allora al nostro sport, il basket. Esiste o non esiste la clutchness nella pallacanestro? In base a quello che abbiamo detto per gli altri sport il quesito dovrebbe avere una facile risposta. Cioè un no deciso. In realtà i dati in nostro possesso ci forniscono numeri piuttosto interessanti, con classifiche di rendimento nelle situazioni clutch che stravolgono i ragionamenti che abbiamo fatto fino ad ora. Graduatorie guidate da quelli che per tutti sono i giocatori più clutch della Lega, quelli che decidono le partite, che quando la palla scotta tendono a vincere i match per le rispettive squadre di appartenenza. Il basket (e in particolare la NBA) è allora un caso unico nel panorama dello sport professionistico?

Nella prossima puntata studieremo statisticamente questo aspetto. Partendo comunque da un presupposto fondamentale: non è il più clutch ad essere il più forte, è il più forte a risultare inevitabilmente il giocatore più clutch. 

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